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Convegno · Settembre 2005

Capoterra 1655-2005

350 anni di una nuova storia — Atti del convegno

Nel 2005, in occasione del 350esimo anniversario della rifondazione di Capoterra, si è tenuto un convegno storico che ha riunito archeologi, storici e ricercatori per ricostruire la storia del territorio dalle origini preistoriche ai giorni nostri. La tavola rotonda si svolse a Casa Melis, moderata dal giornalista Claudio Curusi, con i saluti istituzionali del sindaco Giorgio Marongiu e dell'assessore alla cultura Enrico Congedo.

"Dobbiamo ricordare e commemorare con rispetto coloro che ci hanno preceduto, che ci hanno amato, governato e si sono distinti per il bene della comunità."

— Dal convegno, 2005

Il convegno ha portato alla luce informazioni inedite: scoperte archeologiche mai pubblicate, documenti d'archivio parrocchiale e comunale, testimonianze orali degli anziani, e un appello accorato per la tutela del patrimonio storico minacciato dallo sviluppo edilizio. Tutti i relatori erano capoterresi: un segnale, come sottolineò il sindaco Marongiu, che la comunità disponeva ormai delle intelligenze e delle competenze per affrontare la propria storia in prima persona.

Le quattro sessioni

1

Prima parte — Le origini romane e medievali

  • Etimologia di Capoterra e la strada romana Cagliari-Nora
  • La villa romana di Su Loi con terme e mosaici
  • Le miniere di ferro a Sant'Antonio e i minatori dalla Tracia
  • La chiesa di Santa Barbara (1281) e i bacini ceramici islamici
  • Il santuario pagano di Punta Santa Barbara con centinaia di monete romane
  • La distruzione del 1355 per mano del vicerè Berengario Carroz
2

Seconda parte — Dalla rifondazione al feudalesimo (1655-1840)

  • La Bolla del 9 maggio 1655 e il Barone Girolamo Torrelas Spiga
  • Le famiglie fondatrici: Atzori, Dessì, Piras, Perra, Casu, Melis, Lecca
  • Il primo censimento del 1656: 7 fuochi, 28 abitanti
  • La successione baronale e i sequestri regi
  • La riforma amministrativa del 1771 di Carlo Emanuele III
  • La toponomastica originale: Sugaminu, Sustrintu de Mesoida, Subamino de Subarropu
  • La vita quotidiana: artigiani, pastori, donne alle fontane
3

Terza parte — La chiesa e la comunità (1700-1950)

  • Oltre 20 feste religiose annuali nel Settecento
  • I rettori: Atzori, Leka, Musio, Domocci, Olla
  • Il Rettore Leka: 50 anni di guida combattiva (1890-1940)
  • Le Donne di Carità: 50 volontarie per 40 famiglie
  • La costruzione della chiesa parrocchiale (1858) e il crollo delle navate
  • L'alluvione del 1898 e i danni alla chiesa
  • La donazione Zarpata del 1944 per l'orfanotrofio
  • Le dispute con il Marchese Manca di Vallermosa per le proprietà ecclesiastiche
4

Quarta parte — Sviluppo e patrimonio a rischio

  • Ricerca degli studenti sulla vita quotidiana e la scuola nell'Ottocento
  • Documenti criminali del 1810-1835: violenza e crisi economica
  • La trasformazione del paesaggio dal 1655 a oggi
  • L'industria chimica degli anni '60 e l'urbanizzazione costiera
  • La distruzione della chiesa di Santa Maria Maddalena nel 1998
  • L'appello per la tutela del patrimonio archeologico

Prima parte — Le origini romane e medievali

La prima sessione del convegno si aprì con l'intervento dell'archeologa Maria Grazia Melis, ricercatrice di preistoria e protostoria all'Università di Sassari, che aveva condotto il pre-censimento archeologico del territorio comunale. Il suo lavoro partì da una constatazione amara: il quadro dei ritrovamenti appariva lacunoso, danneggiato dalla forte antropizzazione, dai lavori pubblici, dall'espansione edilizia e dall'azione degli scavatori clandestini, che nel territorio di Capoterra era stata "veramente pesante". Mancava soprattutto una carta del rischio archeologico, cioè una mappatura sistematica dei siti di contenuto culturale ai fini della loro salvaguardia.

Il Neolitico e le prime comunità

Le tracce più antiche della presenza umana nel territorio di Capoterra risalgono al Neolitico, il periodo in cui l'uomo compì la grande rivoluzione passando da un'economia di raccolta e caccia a una di produzione agricola e allevamento. Melis spiegò come il territorio capoterrense costituisse un "ecosistema complesso": zona collinare e montuosa, fertile pianura, il mare e soprattutto lo stagno di Santa Gilla, una delle zone umide più importanti della Sardegna, ricca di pesce, molluschi e sale — fondamentale per la conservazione degli alimenti.

Strumenti in ossidiana — la pietra vulcanica del Monte Arci che inserì la Sardegna in una rete di traffici mediterranei — furono ritrovati lungo i due principali corsi d'acqua, il Rio Santa Lucia e il Rio San Geronamo, a testimonianza di piccoli insediamenti agricoli. I due siti più importanti erano Cucuruiba (località Terreolia/Sugoceri, ora scomparso sotto le saline) e Tanca di Missa (presso il Rio Santa Lucia, distrutto dai lavori di bonifica). Quest'ultimo restituì frammenti ceramici decorati a rotellina dentata e a bande tratteggianti della cultura di San Michele di Ozieri, un macinello in roccia metamorfica per i cereali, e schegge di ossidiana che attestavano contatti con la Sardegna centrale.

Dall'analisi territoriale dei suoli, Melis ipotizzò che a Cucuruiba, più vicino allo stagno e al mare, le attività di pesca, raccolta di molluschi e sale fossero predominanti, mentre a Tanca di Missa prevalesse l'agricoltura. Con l'Età del Rame (cultura di Monte Claro), il pattern cambiò radicalmente: l'unico sito di questo periodo, sulla collina di Monte Arbu, si trovava in posizione elevata — un segno di tensioni sociali legate all'impoverimento delle terre e alla nascita della metallurgia.

I nuraghi e i traffici con Cipro

Melis notò che la presenza nuragica nel territorio era relativamente scarsa rispetto ad altre zone della Sardegna. Il motivo principale era geologico: Capoterra è granitica, e il granito non è adatto alla costruzione dei nuraghi, che richiedono preferibilmente il basalto. Tuttavia, il nuraghe di Cucuruiba — un caso raro di nuraghe in pianura — era importantissimo per la sua posizione strategica presso lo sbocco di due vie di comunicazione: una verso il Sulcis attraverso i Cigeri, l'altra verso il Campidano attraverso il Fluminimanno.

Una scoperta particolarmente significativa fu il ritrovamento, in una zona imprecisata del territorio, di un frammento di lingotto "a pelle di bue" di tipo cretese-cipriota, databile al XIII secolo a.C. Questi lingotti non venivano prodotti in Sardegna ma nelle zone di Creta e Cipro: la loro presenza inseriva Capoterra nella rete di traffici transmarini che collegavano la Sardegna all'Egeo, la stessa rete attestata dal nuraghe Antigori di Sarroch, considerato uno scalo commerciale internazionale.

"Ciò che troviamo non è nostro, è nostro e di tutti, e va rispettato e tutelato. Questa riunione di oggi così importante non deve essere una parentesi, deve essere l'inizio di un'attività di progettazione, di salvaguardia, di valorizzazione."

— Maria Grazia Melis, archeologa

Capoterra romana: la villa di Su Loi e i minatori dalla Tracia

L'intervento dell'archeologo Mauro Dadea spostò il racconto nell'età romana. Il nome stesso del luogo — Caput Terra — è latino e indica il primo punto di terraferma oltre la laguna di Santa Gilla lungo la strada che da Cagliari conduceva verso Nora e il Sulcis. Dadea ricostruì il dibattito ottocentesco tra l'abate Vittorio Angius, che sosteneva l'esistenza di una strada alternativa che circumnavigava la laguna passando per Decimomannu, e Alberto della Marmora, convinto che il cordone litoraneo fosse percorribile. Lo studioso Piero Meloni concluse che dovevano esistere entrambe le strade: una costiera usabile col bel tempo, e una interna più lunga ma sicura quando le mareggiate interrompevano il litorale della Playa.

Il territorio era punteggiato di ville padronali romane. La più importante, in località Su Loi, fu parzialmente scavata negli anni '50 dal soprintendente Gennaro Pesce: possedeva un impianto termale e mosaici pavimentali a decorazione geometrica. Dadea raccontò con rammarico che questa villa «non si sa che fine abbia fatto — l'ho cercata e ricercata, ma è scomparsa con un colpo di bacchetta magica dopo il 1950».

Di fronte alla spiaggia di Su Loi erano state scoperte giare romane interrate a dieci metri dal mare, un magazzino per lo stoccaggio di prodotti agricoli. Mentre la Guardia di Finanza indagava il ritrovamento, si presentò una giornalista della Videolina: i finanzieri, presi dalla frenesia di mostrare il trofeo, sfasciarono una delle giare che stavano faticosamente estraendo.

Ma la scoperta più straordinaria riguardava le miniere. A Bacchialino, località Canali dei Sant'Antoni, esisteva un grosso insediamento minerario romano con strutture conservate per oltre un metro e mezzo di altezza, databili tra il I-II secolo d.C. e il IV-V secolo. Dadea formulò un'ipotesi affascinante: secondo il Codex Theodosianum, intere squadre di minatori specializzati nell'estrazione dell'oro fuggirono dalle miniere imperiali del Chersoneso Tracico, attratti dalla notizia di giacimenti d'oro in Sardegna.

"Io ritengo che una possibilità molto concreta per Capoterra di poter disporre di un sito archeologico di interesse primario in Sardegna sia proprio quella di indagare questo villaggio di Bacchialino. Si avrebbe l'unico villaggio minerario della Sardegna a disposizione della fruizione turistica — un monumento unico."

— Mauro Dadea, archeologo

Il santuario pagano di Punta Santa Barbara

Negli anni '70, gli operai dell'antincendio di stanza a Punta Santa Barbara scoprirono centinaia di monete disseminate sul pianoro sommitale. La zona fu battuta col metal detector, ma nessuno ne conosceva il significato. Dadea riuscì a recuperarne nove: erano tutte dell'età basso-imperiale, da Gallieno a Teodosio (fine III - IV secolo d.C.). Insieme alle monete si trovarono frammenti di ossa bruciate di animali: segno inequivocabile di un santuario "cacuminale" pagano, dove si offrivano monete e animali alla divinità praticando l'olocausto.

Dadea si soffermò anche su Santa Barbara Vergine Martire Cagliaritana, la cui storicità era stata messa in dubbio negli anni precedenti. Nel 1997 venne ritrovato all'Archivio Arcivescovile di Cagliari il disegno esatto dell'iscrizione trovata sul suo sepolcro il 23 giugno 1621. L'analisi paleografica rivelò una scrittura «gotica epigrafica» databile al XII-XIII secolo — non un falso seicentesco, come si era creduto, ma un'iscrizione autentica medievale.

La chiesa di Santa Barbara (1281) e i bacini ceramici islamici

La facciata romanica della chiesa di Santa Barbara, costruita nel 1281 in forme romanico-toscane, presentava una serie di fori che un tempo ospitavano bacini ceramici decorativi. Di questi ne restavano solo quattro, tra cui una protomaiolica brindisina del XIII secolo e un fondo di coppa in maiolica islamica di produzione magrebina, decorata a cobalto e manganese. L'iscrizione di fondazione attestava che la chiesa fu costruita «essendo il signore Gallo vescovo residente della chiesa di Cagliari e Praguantino, eremita, governatore dei suoi coeremiti».

Il punto di non ritorno arrivò nel 1355. Quando Mariano IV d'Arborea dichiarò guerra alla corona d'Aragona, il signore di Quirra Berengario Carroz uscì dal castello di San Michele e invase i possedimenti del giudice nel braccio occidentale del Golfo degli Angeli, mettendo Capoterra a ferro e fuoco. Il territorio rimase disabitato per tre secoli, fino alla rifondazione del 1655.

Seconda parte — Dalla rifondazione al feudalesimo (1655-1840)

Lo storico Emanuele Atzori, definito dal moderatore «la memoria storica vivente di Capoterra», ricostruì la storia moderna del paese partendo dalla distruzione medievale per arrivare alla metà del Novecento.

I Torrellas: medici, baroni e assassini

Il feudo spopolato di Capoterra fu acquistato il 14 gennaio 1494 da Ausia Torrellas, un medico flebotomo di origine spagnola arricchitosi con l'arte medica e intenzionato a investire i capitali nell'acquisto di feudi. Nel 1500 ampliò il territorio comprando il feudo confinante di Sarroch. Il figlio Nicolò divenne un esponente di prestigio della nobiltà sarda, ammesso nello stamento militare nel 1504 e nominato ambasciatore di Cagliari a corte nel 1534.

Ma la famiglia Torrellas fu protagonista anche di vicende oscure. Nelle lotte intestine del Cinquecento tra fazioni nobiliari, i figli di Nicolò — Filippo e Melchiorre — si schierarono con gli Aimerich e i Fogondo contro gli Arquer. Le violenze sfociarono nell'assassinio di un notabile, e l'indagine fu affidata a Sigismondo Arquer, che pagò cara la sua integrità: morì arso vivo a Toledo il 4 giugno 1571, accusato di luteranismo per aver denunciato il malcostume del clero e della nobiltà.

La rifondazione: 9 maggio 1655

Il protagonista della rinascita fu Girolamo Torrellas, barone di Capoterra e Sarroch, nato a Cagliari nel 1598. Uomo di grande cultura e senso politico, fu vicario reale di Cagliari nel 1631 e commissario generale del Regno sotto il vicerè Fabrizio Doria Duca di Avellano. Il re Filippo IV di Spagna gli affidò la missione del ripopolamento del territorio.

Atzori rivelò di aver scoperto personalmente la data esatta della fondazione: il 9 maggio 1655. La trovò in una sentenza della Reale Udienza del 27 gennaio 1819, parte di un contenzioso tra il Consiglio di Comunità e la baronessa Maria Rita Vico Zatrillas. La sentenza faceva preciso riferimento allo strumento primordiale della fondazione e specificava che il documento conteneva «tutti i patti e condizioni alle quali Don Girolamo Torrellas ricevette e mise i nuovi popolatori che hanno dato principio ed esistenza all'attuale villaggio».

I coloni dovevano pagare al feudatario una serie di tributi in natura e in denaro: il diritto di feudo, il laor di corte (per chi arava con i buoi), il diritto di carcelleria, il diritto di gallina (per gli ammogliati), e tributi su miele, formaggio, legna, meloni, grano, orzo, erbaggio. In cambio, il barone assicurava terreni da coltivare comunitariamente.

La toponomastica originale e la vita quotidiana

Atzori ricostruì la toponomastica originale: la via principale si chiamava Sa Yammara, nelle carte dell'epoca indicata come «Sugaminu Manu», corrispondente alla parte di Corso Gramsci tra Via Diaz e Via Cagliari. Un'altra via era detta Sustrintu de Mesoida, l'attuale Via Roma. Da Sa Groji Santa — lo slargo all'incrocio tra Corso Gramsci e Via Diaz, dove si trovavano le carceri baronali — partiva Su Bamino de Subarropu, identificabile con Via Diaz.

La vita quotidiana nella Capoterra dell'Ottocento era dura e semplice. Le case dei meno abbienti erano poverissime; quelle dignitose seguivano lo schema classico sardo-campidanese: un piano terra in un ampio cortile con il pozzo, la mola ad asino per macinare il grano, il forno a cupola, la stalla per cavallo, asino e buoi, il carro da lavoro, la catasta di legna, il porcile, il pollaio e un piccolo locale per le deiezioni umane.

"Gli abitanti che non avevano pozzo andavano a procurarsi l'acqua con le brocche di terracotta, pescandola dalla fontana di Concia o dalle sorgenti vicine. Il compito di provvedere alla provvista dell'acqua spettava essenzialmente alle donne e alle ragazze."

— Emanuele Atzori, storico

Gli artigiani erano pochissimi, solo quelli essenziali: falegname con funzione di bottaio, fabbro ferraio, sellaio, calzolaio, muratore. Il fornaio non esisteva perché il pane si faceva in casa almeno una volta alla settimana. In ogni casa dignitosa c'era l'indispensabile telaio per tessere, usato esclusivamente dalle donne.

L'abolizione del feudalesimo e la rivolta degli allevatori

Nel 1840 il riscatto del feudo fu sancito con brevetto del re Carlo Alberto. Capoterra contribuì con 1.161 lire sarde. Il governo sabaudo divise le terre comunitarie in lotti da due ettari e li assegnò per sorteggio pubblico il 14 marzo 1845, dando la precedenza ai nullatenenti. Una novantina di famiglie divennero proprietari terrieri, con l'obbligo di recintare e coltivare entro un certo tempo.

Ma la sorpresa fu la tassa fondiaria. I grandi allevatori, furiosi per la perdita dei pascoli comunitari, risposero con intimidazioni e danneggiamenti delle recinzioni. La situazione degenerò al punto che la Regia Segreteria di Stato e di Guerra dovette inviare prima un manipolo di soldati e poi una squadra di cavalleggeri — i carabinieri dell'epoca — che arrestarono il capo degli allevatori. Il nubifragio del 1846 e la brutta annata del 1847 costrinsero molti neoproprietari a vendere i lotti ricevuti a ricchi possidenti per un prezzo irrisorio.

Sergio Atzeni, figlio di Capoterra

Atzori chiuse il suo intervento con un omaggio allo scrittore Sergio Atzeni, nato il 14 ottobre 1952 alle 10:15 del mattino nella casa in stile sardo della famiglia Atzori in Via Zuini 11. «Sergio era orgoglioso di essere nato in un paese come Capoterra piuttosto che a Cagliari, la città bianca, come la chiamava lui, che poco amava.» Morì tragicamente nell'isola di San Pietro il 6 ottobre 1995, a soli 43 anni.

Terza parte — La chiesa e la comunità (1700-1950)

La dottoressa Pena Reputu, medico dell'ASL con «il pallino della ricerca storica», prese la parola per raccontare tre secoli di vita parrocchiale ricostruiti attraverso lo studio dei quinque libri — i registri obbligatori istituiti dal Concilio di Trento che trascrivevano battesimi, cresime, matrimoni, morti e lo «stato delle anime». A Capoterra ne esistono 24 volumi, dal 1658 al 1937, conservati nell'archivio parrocchiale.

Oltre venti feste e l'origine delle famiglie

I quinque libri permettevano di ricostruire la provenienza dei primi coloni. Nel Settecento si celebravano almeno una ventina di feste religiose: Santa Rosa, San Sebastiano, San Giovanni Battista, Sant'Antonio Abate, San Michele Arcangelo e molte altre. La spiegazione era semplice: i coloni provenivano dai punti più disparati della Sardegna e portavano con sé i santi delle loro terre d'origine.

Sant'Antonio Abate fu istituita intorno al 1720 grazie al lascito testamentario di Fulgenzio Piano, che donò tutti i suoi beni alla parrocchia a condizione che si celebrasse quella festa. Molte ricorrenze sopravvissero nei secoli proprio grazie a questi vincoli testamentari.

La chiesa baronale e il lamento dei parroci

La situazione della chiesa parrocchiale fu un tema ricorrente per generazioni di rettori. Nel 1750 il parroco Don Giacomo Manca scrisse al vescovo una descrizione che tradiva tutta la frustrazione: la chiesa era stata costruita «da Don Geronimo Torrellas secondo il suo gusto» e il barone «ne conserva il dominio». Per raggiungerla bisognava guadare il Rio Concia, impraticabile in certi periodi dell'anno.

Il cimitero, adiacente alla chiesa, era piccolo e privo di sepolture dedicate per ecclesiastici e bambini. Un terzo degli antenati capoterresi fu sepolto direttamente dentro la chiesa, sotto il pavimento, ad almeno tre palmi di profondità — con le raccomandazioni del vescovo di chiudere bene le bare «per non traspirare per gli odori».

Il Rettore Lecca: cinquant'anni di lotta

Figura centrale della vita religiosa e civile fu il Rettore Tomaso Lecca, che governò la parrocchia dal 1890 al 1940. Fu il primo ad avviare ricerche storiche su Capoterra, e un uomo «di tempra eccezionale» che non ebbe paura di scontrarsi con nessuno — ricchi possidenti, amministratori e nobiltà compresi.

Il Rettore Lecca andò in causa contro il Marchese Manca di Vallermosa, che aveva ottenuto in enfiteusi perpetua tre appezzamenti enormi nella zona di Sospanto. Lecca vinse la causa ma alla fine dovette arrendersi alla Banca d'Italia che aveva messo i terreni all'asta: «non posso lottare contro il plutone dell'oro».

Sotto la sua guida nacquero numerose associazioni religiose — della preghiera, di Sant'Anna, Santa Barbara, Santa Lucia, la Madonna del Carmine, Sant'Antonio, i Luigini. Ma quando il vescovo gli chiedeva se i fedeli seguissero le funzioni, Lecca rispondeva con onestà: «la metà dei popolari trasgredisce il precetto pasquale, sì, ma in prevalenza i ricchi, i signori e gli impiegati e i magistrati civili».

La cerimonia della memoria (1910)

Il 20 novembre 1910 il Rettore Lecca organizzò una cerimonia solenne per trasferire le ossa dal vecchio cimitero (abbandonato dal 1858) all'ossario del nuovo. Nel suo discorso il rettore elencando i cognomi degli antenati — Baio, Melis, Palpada, Piciocchi — manifestò la speranza di pubblicare un giorno un libro sulla storia del paese: «non lo posso pubblicare, ma Dio vorrà».

La chiesa parrocchiale del 1858 e i suoi problemi

La nuova chiesa, su progetto dell'ingegnere Francesco Imeroni, fu costruita tra il 1855 e il 1858 con un mutuo di 20.000 lire dalla Cassa Depositi e Prestiti — una somma enorme per una comunità di 824 abitanti. Durante i lavori crollarono alcune navate. L'alluvione del 1898 causò gravissimi danni alla casa parrocchiale e alla chiesa stessa. Nel 1910 un parroco la definì in una lettera pastorale «costruita senza coscienza»: era stata progettata per mille anime, ma il paese ne contava già 1.800 e negli anni '30 sarebbero diventati 3.500.

La donazione Zarpata e le Dame di Carità

Nel 1944 lo Zarpata donò alla parrocchia l'area fabbricabile dove sorgevano i ruderi dell'antica chiesa, della casa baronale e del cimitero, perché vi si costruisse un asilo parrocchiale per l'educazione dei fanciulli.

Sotto Don Olla, successore di Domocci, nacquero le Dame di Carità: cinquanta volontarie che assistevano almeno quaranta famiglie bisognose con anziani, malati e persone sole. «Andavano personalmente a portare il latte, il mangiare, assistevano il malato in tutto e per tutto.»

Quarta parte — Sviluppo e patrimonio a rischio

La ricerca degli studenti

Prima dell'ultimo intervento, il moderatore Curusi volle dare spazio ai ragazzi della terza I della scuola media, guidati dalla professoressa Simone Tapao e dal professor Massimo Onis. Per mesi avevano intervistato gli anziani del paese e consultato documenti negli archivi di Stato, del Comune e della scuola, producendo un libro sulla vita quotidiana di Capoterra. Curusi ne fu colpito: «Non è la solita cosa fatta dai ragazzi tanto per dire che l'hanno fatta — è una cosa seria, fatta veramente bene.»

Documenti criminali: la violenza nella Capoterra dell'Ottocento

La dottoressa Vesina, neolaureata in storia, presentò i risultati della sua tesi sulla criminalità a Capoterra tra il 1810 e il 1835, basata sui processi delle Reali Udienze. In un paese di meno di 650 anime, i casi di violenza erano numerosi in proporzione, segno di una profonda crisi economica e di squilibri sociali.

Il caso più dettagliato era l'omicidio del 1813 nel vicinato di Efistanas. Una donna fu colpita da un'arma da fuoco nella sua casa, in presenza dei figli. Sopravvisse quattro giorni, permettendo ai ministri di giustizia di interrogarla. La vittima dichiarò: «Sono certa che il colpo è partito per opera di Girolamo Pinna.» Il movente era la gelosia per un pescatore cagliaritano. Quasi tutti i casi rimasero irrisolti per mancanza di prove scientifiche.

La distruzione della chiesa di Santa Maria Maddalena

L'intervento più drammatico fu quello di Mauro Dadea sulla sorte della chiesa medievale di Santa Maria Maddalena. Nel 1998 i lavori di costruzione della Residenza del Sole avevano portato alla luce reperti di età punica, romana, protobizantina e medievale. Dadea si recò sul cantiere per documentare i ritrovamenti, ma la zona era sorvegliata da vigilanti armati con mute di cani.

Due anni dopo, la chiesa era stata rasa al suolo. Le pietre — soglie, architravi, blocchi d'arenaria — erano state usate come sottofondo per le villette. Dadea aveva inviato due raccomandate alla Soprintendenza, una nel 1998 e una nel 2000, senza ricevere risposta.

"Svilupparsi sopra le chiese o sopra i monumenti della nostra storia non è certamente un tipo di sviluppo che ci piace."

— Claudio Curusi, moderatore

L'appello finale

Il sindaco Marongiu aveva aperto il convegno ricordando la trasformazione del paesaggio: nel 1655 il territorio doveva essere ricco di boschi, di querce, di lecci secolari, con cervi, cinghiali e caprioli. Del paesaggio originario restavano solo tessere — il bosco di Scardaglia, il passo d'Inghino. Il piano di fabbricazione del 1969 aveva trasformato i latifondi agricoli in zone edificabili sotto la pressione speculativa di Cagliari. Il convegno si chiuse con la proposta di organizzare un dibattito pubblico su cosa fossero stati gli ultimi cinquant'anni di sviluppo.

""Grazie a tutti, buona serata, auguri a Capoterra.""

I contenuti delle sezioni Storia, Monumenti, Tradizioni e Territorio sono stati arricchiti con le informazioni emerse dal convegno.

Fonte: trascrizione del convegno "Capoterra 1655-2005 — 350 anni di una nuova storia", Casa Melis, Capoterra, dicembre 2005. Relatori: Maria Grazia Melis, Mauro Dadea, Emanuele Atzori, Pena Reputu, Dott.ssa Vesina. Moderatore: Claudio Curusi. Interventi istituzionali: sindaco Giorgio Marongiu, assessore Enrico Congedo.